Jujutsu kaisen donne e personaggi femminili: perché sono tutte importanti
Jujutsu Kaisen ha generato discussioni accese, soprattutto quando il confronto si è spostato su come vengano rappresentati i personaggi femminili. Le obiezioni nate attorno alle protagoniste hanno spesso prodotto letture polarizzate, ma l’impatto che emerge dall’analisi dei fatti narrativi rimette al centro un punto decisivo: le scelte della serie assegnano alle donne un ruolo pienamente autonomo, inserito nella stessa logica di combattimento e di conseguenze che investe ogni altro personaggio.
giujutsu kaisen e la “brutalità democratica” verso i personaggi femminili
La critica rivolta alle figure femminili del manga si basa su un presupposto fragile: l’idea secondo cui la morte o la sofferenza di personaggi donna costituirebbe automaticamente una prova di misoginia da parte dell’autore. Questa impostazione si indebolisce quando viene applicata a un’opera che distrugge tutti con la stessa intensità narrativa, indipendentemente dal genere.
La serie mostra una coerenza che modifica la prospettiva: Nanami muore, Toji muore, Geto muore e il suo corpo viene poi usato come marionetta per un intero arco. Anche il centro gravitazionale della storia, Gojo, viene tolto temporaneamente dalla partita. La situazione di Nobara resta inoltre tecnicamente irrisolta per un periodo, elemento che nel dibattito viene interpretato come disprezzo autoriale, mentre nella dinamica complessiva funziona come rifiuto di una chiusura ordinata in una narrazione che non offre coperture “pulite”.
La serie opera con una sorta di carneficina egualitaria: sesso e genere non garantiscono scudi, né protezioni, né “plot armor” specifiche. Le figure femminili possono morire, subire mutilazioni e fallire in modo catastrofico; lo stesso vale per gli uomini. L’asimmetria percepita diventa misoginia solo se si entra nel testo aspettandosi che le donne debbano ricevere un trattamento diverso, più morbido, più giustificato nella sofferenza. Jujutsu Kaisen non concede tale premessa: la logica è quella della lotta e non quella della romance.
Nel mondo di jujutsu, inoltre, esiste una componente strutturale: il sistema riflette una forma di misoginia di fondo, perché il numero di streghe è inferiore e l’accesso al potere è limitato da un impianto patriarcale. La differenza decisiva è che, una volta che un personaggio donna diventa una strega, entra prima di tutto come combattente nella logica marziale della storia. L’autore non interroga il genere prima di immettere le persone nel “frullatore narrativo”: viene rispettata la loro condizione di personaggi capaci di fallire, soffrire e morire per cause più grandi o anche senza una motivazione evidente, allo stesso modo dei loro pari.
letture fandom e sopravvivenza: perché cambia la critica
Le discussioni si spostano rapidamente quando un personaggio donna sopravvive: ad esempio, Maki sopravvive alla strage legata al clan Zenin e il giudizio si concentra su come la sua potenza finisca per “assomigliare” a Toji. In modo analogo, la sorte di Nobara resta incerta e la conversazione la tratta come trascuratezza, anziché come scelta tematica. In entrambi i casi emerge lo stesso problema metodologico: il discorso assume che le figure femminili meritino archi narrativi risolti con maggiore delicatezza e che la loro sofferenza richieda un giustificativo diverso da quello richiesto agli uomini. Jujutsu Kaisen rifiuta questa impostazione di partenza.
maki e mai: ciò che resta quando la struttura prova a spezzare
Il clan Zenin viene presentato come misoginia istituzionalizzata, una struttura familiare che assegna valore unicamente in base all’output di energia maledetta e che tratta le donne come materiale riproduttivo o come ostacolo. In questo contesto, gli archi di Maki e Mai risultano inseparabili dal concetto di sopravvivenza, intesa come esperienza di distruzione da parte di un sistema progettato per piegare chiunque minacci la sua logica.
La trasformazione di Maki dopo la morte di Mai rappresenta l’analisi più diretta del costo della sopravvivenza quando la struttura mostra il suo volto peggiore. Mai muore per lasciare a Maki lo strumento maledetto che le permette di diventare ciò che il clan temeva davvero: una donna senza più nulla da perdere, con un motivo concreto per non trattenere la violenza. A quel punto Maki torna e incendia l’istituzione che l’ha considerata scartabile.
Il fraintendimento secondo cui Maki finirebbe per “diventare Toji” viene smentito dalla costruzione della storia: Toji era già uscito di scena, aveva accettato contratti e aveva svolto violenza su richiesta, senza affrontare davvero il problema che rappresentava il clan Zenin. Maki invece rientra nel quadro e resta: elimina tutte le persone responsabili della morte di Mai e smonta la struttura di potere dall’interno.
Il fatto che il pubblico cerchi paragoni maschili riproduce la logica del clan, che nell’arco dedicato a Maki la misura con standard maschili e la dichiara priva di valore. La lettura che la collega direttamente a Toji cancella la specificità dell’arco, trasformando un percorso di annientamento e rinascita in una semplice copia.
Questa dinamica mette in risalto un punto chiave: l’arco di Maki non è fantasy di empowerment. È horror di sopravvivenza, con la storia che rifiuta di presentarlo come qualcosa di rassicurante. Il risultato arriva al costo della vita di sua sorella, rendendo la vittoria tragicamente ambigua.
mai: una scelta narrativa brutale, ma coerente
La sorte di Mai costituisce una delle decisioni più brutali e silenziosamente devastanti dell’opera. Il suo decesso ha un peso reale perché il manga ha reso la relazione con Maki come amore distorto dalle circostanze: due persone che si sono servite e ferite a vicenda perché il clan Zenin non lasciava spazio sufficiente a entrambi. Mai costruisce la spada a frammenti dell’anima e muore compiendo quell’atto. Le sue ultime parole rivolte a Maki, “distruggi tutto”, condensano una rabbia accumulata dopo una vita passata ad adattarsi a un sistema che l’avrebbe comunque uccisa.
La serie attribuisce alla sua morte un valore tematico senza ripulire il prezzo. In linea con questa lettura, la prospettiva citata collega l’ira femminile non a un malfunzionamento, ma a un flusso informativo: prove accumulate del funzionamento di un sistema come previsto. Le parole finali di Mai funzionano come quella stessa informazione distillata, rendendo “distruggi tutto” non un segnale di follia, ma la conclusione coerente di una vita vissuta dentro una struttura che non avrebbe permesso alcuna vera sopravvivenza.
nobara kugisaki e il rifiuto strutturale della romance
Nobara Kugisaki occupa la posizione di principale alleata femminile in relazione a Yuji Itadori, il protagonista. Nei percorsi tipici dello shonen, questo assetto finisce spesso per trascinare nel campo dell’orbita romantica; Jujutsu Kaisen rifiuta la direzione e questo rifiuto risulta determinante.
Nobara è descritta come brillante, definita da sé e poco incline a mettere in scena morbidezza per chiunque, e tanto meno per Yuji. La relazione si presenta come camaraderie autentica, senza un sottotesto sentimentale. La protagonista lo prende in giro, combatte al suo fianco, riconosce la sua forza senza trasformarla in una meta ideale da inseguire e mantiene una propria logica morale autonoma, coerente con la cornice in cui tutti i personaggi agiscono.
Personaggi citati:
- Nanami
- Toji
- Geto
- Gojo
- Nobara Kugisaki
- Yuji Itadori
- Maki
- Mai
- Toji (riferito nel confronto)
- Gege Akutami
- Soraya Chemaly